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Sport e Quaresima: allenarsi per un obiettivo

Una riflessione con l’assistente del Csi, don Gianni Regoli: un cammino sportivo per crescere come atleti e persone e la propos

29-02-2016

Sport e Quaresima: allenarsi per un obiettivo

Una riflessione con l’assistente del Csi, don Gianni Regoli: un cammino sportivo per crescere come atleti e persone e la proposta della «comunità educante»

Parlare insieme di sport e quaresima può essere un dialogo costruttivo tra varie realtà, importanti e fon-damentali nei propri ambiti, per aiutare i ragazzi e i giovani (ma non solo loro) a vivere con pienezza la propria identità di persona in tutte le dimensioni.
Per educare c’è bisogno di un’intera comunità.
«Dirigenti e allenatori sono educatori a tutti gli effetti, invitati a sentirsi parte di una «comunità educante» e a non isolarsi in un proprio “mondo sportivo”. Il cardinale Angelo Scola chiama «tutti gli attori dell’educazione dei ragazzi/e a formare una trama di rapporti (la comunità) che stia davanti ad essi come un unico soggetto educativo con una proposta unitaria che venga fatta da ciascuno degli educatori nell’ambito specifico del loro compito». È quindi necessario, da una parte, che il mondo dello sport non si chiuda in se stesso ma si coinvolga con altri ambiti educativi. Dall’altro, comunità come quelle parrocchiali devono credere nello sport, sostenendone l’azione educativa e non relegandolo al solo tempo libero».
Come realizzare, concretamente, una «comunità educante»?
«Si costruisce con la pazienza dei rapporti, sia consolidando un cammino già iniziato sia creando un nuovo rapporto tra sport e comunità parrocchiale. Criteri fondamentali possono essere la corresponsabilità e la reciprocità, che richiedono un rapporto di rispetto, nel comune interesse per i ragazzi e la loro crescita; ciò porta a conoscersi meglio e riconoscere l’identità e il ruolo educativo dell’altro, con il quale costruire una relazione che valorizzi la specifica originalità di ciascuno. L’identità e il dialogo, perché ogni soggetto educa in modo diverso e nessuno basta da solo; l’apertura porta a riconoscere il proprio valore ma anche la parzialità del proprio punto di vista. La formazione degli educatori, terreno di base per costruire relazioni in una comunità».
Sport e Quaresima: sembrano parole e mondi lontani tra loro.
«Quanto invece lo Sport può insegnare a vivere la Quaresima e la Quaresima a come vivere lo Sport in maniera umana e cristiana! Pensiamo all’impegno di uno sportivo per allenarsi e per vincere una gara, o ai ritiri in preparazione a un incontro importante per concentrarsi… Quanto “vale la pena” fare sacrifici e rinunce! Il digiuno o il privarsi di qualcosa diventa un allenamento per imparare a scegliere ciò che è es-senziale per essere pienamente uomini e donne, dono e figli di Dio! «Digiuno» e «rinuncia» sono parole che fanno paura perché pensiamo di perdere qualcosa e non, invece, che ci aiutino a crescere. In compenso però diventa sempre più di moda parlare di diete, di moto, di esigenze del corpo (lecite e doverose), dimenticando quasi sempre la dimensione più profonda di ogni essere umano che è lo spirito. Ecco allora che lo Sport insegna come raggiungere l’obiettivo e la Quaresima a guardare in profondità dentro di noi per capire quale sia il primo e vero obiettivo da raggiungere: l’uomo nella sua interezza esteriore ed inte-riore».
Nell’anno del Giubileo, la misericordia coinvolge anche lo sport?
«Il mondo dello sport non è estraneo ai problemi della quotidianità: ovunque possiamo incontrare paure e difficoltà personali, che poi diventano assenza di rispetto di sé e degli altri; il rischio è quello di dimenti-care di essere fratelli e sorelle in mezzo ad altri. Anche il mondo dello sport reclama un’attenzione vera e concreta, che “si sporca le mani” e comincia con l’ascoltare. Il Papa ci ricorda spesso di “costruire ponti e non muri”. Qui nasce il rapporto che riguarda anche lo sport con le opere di misericordia, spirituali e cor-porali. Gesù stesso ci dice: «Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e sie-te venuti a trovarmi».
Non si tratta però di fare qualcosa di episodico. Il punto è non chiudersi in un mondo sportivo estraneo a tutto il resto. Pur senza rinunciare alla propria identità e professionalità di atleti, siamo chiamati a vivere con pienezza i nostri doveri sportivi senza rinunciare a condividere con altri fratelli e sorelle il cammino della vita. Molte storie di atleti famosi sono un esempio di come da una partenza difficile, attraverso lo sport si possa essere aiutati a crescere, come persone e come atleti, e a riconquistare così la propria dignità umana. E a poter ricambiare, un giorno, donando ad altri tempo ed energia».
Come confrontarsi allora, da sportivi, con il Vangelo?
«Fondamentale è l’incontro con Cristo per riconoscere, nella luce del progetto di Dio, se stessi e i fratelli. Importante è anche il rapporto con il corpo, proprio e altrui: accoglierlo come dono con le sue capacità e i suoi limiti. Solo così possiamo imparare ad alzare l’asticella, un po’ per volta, e migliorare come atleti e persone. «‘Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi e io vi ristorerò’. Perciò a coloro che ascol-tarono la sua parola, concesse un pronto perdono dei peccati e li liberò da quanto li angustiava. Il Verbo li santificò, lo Spirito li rese saldi, l'uomo vecchio venne sepolto nell'acqua, e fu generato l'uomo nuovo, che fiorì nella grazia. Dopo che cosa seguì? Colui che era stato nemico diventò amico, l'estraneo diventò figlio, l'empio diventò santo e pio». Sono parole del vescovo Asterio di Amasea (IV-V secolo). E il desiderio di rispettare sé e gli altri, creare relazioni vere e profonde, sentirsi parte viva di una umanità in fermento che desidera la felicità realizzando la propria vita… nasce anche nel nostro cuore?»

Irene Dottori
 




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