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La sconfitta è un valore?

Perché Dio consente la sconfitta?

27-03-2017

La sconfitta è un valore?


Perché Dio consente la sconfitta?  


Parlare di sconfitta fa paura. Perché quasi sempre la sconfitta è vista e vissuta come un fallimento: un progetto, tanto impegno, aspettative… sembra che tutto sia andato “a vuoto”. Invece la sconfitta può essere scuola di vita per crescere. Affinché lo sia, però, è necessario approfondirne le cause e i modi di reagire. Don Gianni Regoli, assistente ecclesiastico del Csi di Imola, ci guida in questo tempo di Quaresima a una riflessione sulla sconfitta, per imparare ad affrontarla diventando più forti, nello sport e nella vita.


Quando arriva la sconfitta. Quando, in una manifestazione sportiva o nella vita, arriva “una sconfitta” ci possono essere modi diversi di reagire. Il primo, istintivo – che vediamo frequentemente nel mondo degli sport più ricchi e che godono della maggior visibilità mediatica – è cercare alibi. Atteggiamento sicuramente più facile, ma anche più sbagliato.
Quante sere, soprattutto dopo le partite di calcio, si sprecano le discussioni… e quante polemiche… Perché? A che servono? A cercare la colpa negli altri (arbitri, avversari più ricchi…) per giustificare il fallimento di grossi investimenti in denaro. Il punto è che questo atteggiamento non aiuta ad assumersi – ai vari livelli: giocatori, allenatori, dirigenti – le proprie responsabilità, ma svincola cercando in altri le colpe della sconfitta.
Nessuno si assume responsabilità e quindi nessuno sente il bisogno di cambiare qualcosa. Se succederà ancora, si cercherà un nuovo colpevole. È più facile giustificare i propri errori piuttosto che accettare che si possa sbagliare! Questo modo di pensare e ragionare si presenta spesso nella vita sociale e anche nella vita di fede. È un meccanismo che non è tipico solo della nostra società, benché indubbiamente oggi sia molto diffuso, ma già nell’antichità possiamo trovare esempi a proposito. In Genesi, al capitolo 2, Adamo esprime la sua gioia a Dio per non averlo lasciato solo e di avergli dato in dono Eva. Subito dopo, al capitolo 3, in seguito al peccato, si vuole creare l’alibi: “La donna che TU mi hai messo accanto mi ha ingannato!”. Come notiamo è un modo che esiste fin dall’origine dell’umanità e, potremmo dire, è innato nella natura umana.
Ma allora, se la sconfitta è qualcosa che prima o poi può capitare a tutti, e se cercare alibi e considerare gli altri colpevoli della nostra sconfitta è inutile, quando, perché e come una sconfitta può far bene?


Quando, perché e come una sconfitta può far bene? La sconfitta può diventare “salutare”, sia nello sport che nella vita, quando viene prima di tutto accettata e così si trasforma in un’occasione di riflessione – sia personale che di squadra/comunità – e di crescita.
- Prendere coscienza del proprio limite. Se la sconfitta può portare istintivamente a un senso di frustrazione, rifletterci su ci aiuta a comprendere che abbiamo dei limiti con cui a volte ci scontriamo: scoprire che non siamo né infallibili né onnipotenti! Il primo suggerimento da cogliere allora è l’umiltà. Accettare tutto ciò comporta non abbatterci, non deprimerci e non sentirci una nullità. Sarebbe dare ragione a quello che il nostro tempo troppo spesso vuol farci credere: che conta l’apparenza, quello che riesci a fare vedere, anche barando con aiuti illeciti (doping, il non rispetto delle regole…)! Un secondo atteggiamento che può nascere dalla riflessione sulla sconfitta è accettare che l’avversario in quel momento sia più forte di noi: in gergo sportivo, si dice proprio “sportività”. È stato il tentativo di portare quello che in alcuni sport (guarda caso, meno ricchi) si chiama “terzo tempo”: salutarsi e complimentarsi a vicenda per l’impegno messo in campo, senza sentirsi annullati per la sconfitta e, viceversa, senza sentirsi dominatori sovrumani per la vittoria. Un terzo atteggiamento da mettere in campo di fronte ad una sconfitta è trovare il coraggio di rialzarsi subito e ripartire con nuovo impegno, provando ad alzare gradualmente l’asticella del proprio limite ma sempre nel rispetto della propria persona. La sconfitta infatti ci fa incontrare dei limiti ma, accettata e compresa, non scalfisce la dignità e il valore della persona, sia propria che altrui. E, soprattutto, incontrare i nostri limiti è il primo passo per scoprire che da lì può nascere qualcosa di ancora più grande che nemmeno immaginavamo.
- Quali aiuti per ripartire. Il primo nemico da combattere è gestire nel chiuso del proprio cuore la delusione di una sconfitta. E anche chi credere di essere forte ha sempre necessità di riflettere e di confrontarsi e accettare con umiltà aiuti e suggerimenti per crescere.
Il primo esempio è Gesù stesso. Nel suo tempo, a Romani e Giudei, è sembrato uno sconfitto, ma dalla sua morte è arrivata la risurrezione, promessa e garanzia per ciascuno di noi. Del resto, già durante la sua vita aveva insegnato questo: Cristo insegna ai discepoli e a noi a camminare con Lui e come Lui. Mt. 23,11-12: «Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo; chi invece si esalterà, sarà umiliato e chi si umilierà sarà esaltato». Mt. 16,26: «Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita?». Lc. 17,10: «Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”».
Ma nel mondo dello sport, con questi atteggiamenti, chi e come può accompagnarci?
Come in famiglia, dove ognuno è chiamato a mettere i suoi doni a servizio gli uni degli altri, così nello sport chi ha più doni deve metterne in gioco di più! Se impariamo questo stile, possiamo vivere così le relazioni con i compagni di squadra, con gli amici, con il proprio allenatore, con i propri dirigenti: anche nello sport ognuno è chiamato a mettere in gioco i suoi doni, facendosi servi gli uni degli altri.
- Alcuni modelli. Un caso recente e famoso viene dalle Olimpiadi di Rio 2016: semifinale 5000 metri donne, improvvisamente il gruppo rallenta e la neozelandese Nikki Hamblin, sorpresa, inciampa e cade, coinvolgendo dietro di lei l’americana Abbey D’Agostino che riporta una distorsione. Anziché arrabbiarsi la D’Agostino aiuta “l’avversaria” a rialzarsi e questa a sua volta aspetta la neozelandese, la aiuta due volte a rialzarsi, la sostiene e insieme arrivano sul traguardo. La folla è in piedi per applaudirle e la Giuria le ammette alla finale, che tuttavia l’americana non potrà correre a causa dell’infortunio riportato. Meno clamoroso ma non meno bello, il gesto di un ragazzo di 14 anni, riportato qualche settimana fa da QS. Il giovane attaccante del Bubano-Mordano, vistosi assegnare un rigore, si è recato dall’arbitro e con semplicità ha spiegato di essere scivolato da solo, quindi niente rigore da assegnare. Negli stadi di serie A non siamo certo abituati a vedere questi gesti.
Conclusione. Questi due esempi, così come altri che non hanno avuto gli onori della cronaca, ci testimoniano che il rispetto della “persona” e della “verità” rimangono più importanti di qualsiasi vittoria o sconfitta…
Ma, viene da chiedersi, vincere fa solo male o può fare bene? Se vincere ci illude di essere onnipotente, una possibile caduta sarà più mortificante e rumorosa. Ma certamente fa bene. Innanzitutto è prendere coscienza dei doni avuti da Dio e dalla natura, averli allenati, preparati e usati bene per sé e per gli altri! Dopo la vittoria però, è importante vivere la gioia senza umiliare l’avversario, nel rispetto del suo impegno e del suo valore in quanto essere umano. Solo così la forza fisica può diventare anche forza interiore per dare il meglio di sé, passare attraverso le vittorie e le sconfitte con la dignità di persone mature (a prescindere dall’età) e nel rispetto della dignità di tutti quelli che si incontrano e con cui “sportivamente” ci si confronta! Buon cammino nella vita e nello sport!


 




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