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Cose da arbitri

L’intervista a Riccardo De Benedetto, arbitro Csi, che svela alcuni segreti del mestiere

22-12-2016


L’intervista a Riccardo De Benedetto, arbitro Csi, che svela alcuni segreti del mestiere

Un passato da calciatore in federazione e nel Csi. Poi, a quarant’anni, la svolta: dopo aver smesso di giocare, la scelta di passare “dall’altra parte” e ora arbitra il calcio a 11 e (in prevalenza) il calcio a 5 Csi. Riccardo De Benedetto racconta com’è essere arbitri.
Come mai hai iniziato ad arbitrare?
«Per rimanere sempre nel mondo dello sport. Finita un’epoca, quella di atleta, ne può iniziare un’altra; spesso è quella da allenatore oppure, appunto, quella da arbitro. Ora, dopo otto anni, sono contento e mi sento di dire di aver trovato la strada giusta».
Otto anni: in questo periodo, sono circa 300 le partite arbitrate, non solo a Imola ma a livello regionale e nazionale. Come si vive la partita “da arbitro”?
«Prima di rispondere devo fare una premessa. Avendo giocato a calcio, in passato, da direttore di gara vivo le partite in modo sicuramente diverso da chi ha sempre arbitrato.
Chi in passato ha giocato a calcio ha dei vantaggi: ci sono determinati meccanismi, in campo, che chi ha vissuto in prima persona, trovandosi dalla parte di chi è coinvolto, è facilitato a capire, interpretare e quindi anche controllarli come direttore di gara. Questo vale sia a livello di tecnica di gioco che a livello psicologico. Se nel bagaglio della tua esperienza hai provato cosa vuol dire essere in campo come giocatore, hai una sensibilità diversa (non dico migliore o peggiore, ma diversa sì). Chi invece ha sempre fatto solo l’arbitro questi meccanismi non li conosce, però magari è avvantaggiato sotto un altro punto di vista, per quanto riguarda il distacco. Anche questo può essere un vantaggio».
Quante volte si sente dire che l’arbitro può influire, nel bene o nel male su una partita… Come gestire la responsabilità che si ha in campo? E le situazioni particolarmente complicate?
«Innanzitutto occorre una perfetta conoscenza del regolamento: ti permette di essere sicuro nel tuo operato. E poi, in linea di massima, il buon senso».
Invece, i momenti di tensione in campo: come li vive un arbitro?
«Per affrontare le difficoltà che si incontrano è necessario essere sicuri del proprio operato e, insieme, sinceri coi giocatori.
Se la partita si sta surriscaldando e qualcuno reclama troppo, un arbitro non può non mostrarsi sicuro: innanzitutto perché – è evidente anche per chi non è del mestiere – i giocatori hanno un impatto diverso di fronte ad un arbitro sicuro o insicuro; e poi, come dicevo prima, bisogna essere sinceri, se non si hai visto un fallo, bisogna dire che non lo si è visto, perché può capitare (e capita). L’arbitro più bravo non è quello che non sbaglia ma quello che sbaglia meno».
Un consiglio che daresti a chi sta per intraprendere la carriera da arbitro?
«È un’esperienza da provare per vedere lo sport da un altro punto di vista, che regala altri tipi di emozioni e di soddisfazioni. Ho giocato a livello quasi professionistico, ma mi son tolto più soddisfazioni da arbitro.
Bisogna dire anche, però, che per fare l’arbitro è necessario voler essere protagonisti: l’arbitro è il primo protagonista, bisogna essere in grado di gestire situazioni non sempre facili e la sua responsabilità non è indifferente. In fin dei conti, è colui che mette la firma nella partita, nel bene e nel male.
Insomma, per chi ha giocato e per tutti, è un bellissimo modo di vedere le cose da un’altra prospettiva. È un modo di educare attraverso lo sport. Un’esperienza bellissima che a mio figlio, che ha dieci anni e gioca a calcio, consiglierei».
Irene Dottori

 




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