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Capitani di vita

La riflessione sul ruolo del capitano nella serata dedicata del Csi di Imola

05-12-2018

Capitani di vita

La riflessione sul ruolo del capitano nella serata dedicata del Csi di Imola

Mercoledì 5 dicembre, presso il Cinema Pedagna, il Csi di Imola ha festeggiato la serata dei Capitani, un incontro –come ha sottolineato il presidente Paolo Busato- tra l’associazione, i capitani delle società dei campionati di calcio e calcio a 5, i dirigenti e gli allenatori. Tema della serata, una riflessione sul ruolo del capitano, guidata dagli ospiti Raffaele Candini presidente regionale del Csi Emilia Romagna, don Pietro Adani assistente ecclesiastico regionale, Nino Florio ex giocatore di serie A di pallacanestro e gli amici del BFC Senza Barriere.

Candini ha richiamato l’attenzione su una responsabilità che va oltre lo sport: Fare attività sportiva nel Csi non vuol dire rinnegare l’agonismo, ma c’è qualcosa di più: siamo chiamati ad educare attraverso lo sport. Il clima sportivo spesso nel nostro Paese non è bello, sui giornali leggiamo tante notizie sconfortanti. Un capitano che si appassiona all’attività sportiva a 360 gradi, dirigenti e allenatori che si prendono l’impegno possono essere un trait d’union: il loro interesse alla responsabilità collettiva in questo momento è da coltivare come una rosa, il fiore del Piccolo Principe di Saint Exupery. Al Csi non si gioca solo per vincere, ma per vivere una bella stagione.

Lo sport è metafora e parabola della vita. Così ha esordito don Pietro. Attraverso lo sport capiamo meglio la vita, perché ci insegna l’incontro l’altro, l’avversario. Imparo a rispettarlo e quel qualcuno che gioca con me - giocando contro di me - mi permette di conoscere e incontrare me stesso, perché mi permette di scoprire quello che sono in realtà. Un conto sono gli esercizi che imparo in allenamento, un conto è la partita vera: è solo così che scopro chi sono io.

Nel gioco di squadra c’è un ruolo decisivo, che dal punto di vista civile abbiamo perso. Nella società la cultura che sembra prevalere è quella dell’inganno e della prevaricazione, che aggira le regole. Ma anche se nessuno si accorge che ho barato, che uomo sono, che cittadino sono? Capitano non si nasce, ci si scopre: questa è la leadership. Amare e onorare il gioco: lo sport ha il compito di insegnare una cultura del capitano che si assume la responsabilità di onorare con la propria dignità il campo da gioco, fin da prima e fino a dopo la partita, come uomo. Un vero capitano dà il meglio di sé tutto il tempo e crea un incontro tra persone.

La vita non la posso possedere.  I giovani oggi hanno la sindrome della panchina, hanno paura di mettersi in gioco perché se giochi rischi di perdere. Ci vogliono capitani che abbiano il coraggio di scendere in campo e innescare un processo, una cultura di fiducia. Il loro è un ruolo civile, devono rischiare una testimonianza che va al di là del gioco: essere capitani di vita, non avere paura di prendere su di sé la debolezza e la fragilità dell’altro, la responsabilità della vita. Il capitano lo vedi nel quotidiano, se ha il coraggio di vivere la vita da uomo vero. La fascia da capitano per me rappresenta l’unico indumento che Gesù si è messo: il grembiule con cui lava i piedi prima di donare la vita. La vita ha senso se la dono, la gioia del servizio deve illuminare anche il gioco.

E lo spirito del donare qualcosa di sé agli altri è alla base del Progetto BFC Senza Barriere, nato tre anni fa a Castel San Pietro Terme, che oggi coinvolge circa quaranta ragazzi in tre scuole calcio: si sono aggiunte infatti due realtà, al centro sportivo Barca di Bologna e al centro sociale Zolino a Imola.

Ultimo ospite della serata è stato Nino Florio, un passato da cestista in seria A tra Pesaro e altre città, per concludere con la Virtus di quella Imola dove ha deciso di fermarsi. Dopo i primi canestri a Torino in un oratorio salesiano, racconta, ho girato molto, soprattutto tra centro e nord Italia. Era “facile” essere accolti perché quello sportivo era un progetto comune: con i compagni di spogliatoio non avevo difficoltà a socializzare. Ho conosciuto giocatori importanti, capitani che a quei tempi erano bandiere, che mi hanno trasmesso tante cose. A Pesaro il capitano era Franco Bertini, che aveva sedici anni più di me e insieme abbiamo vissuto tante “avventure”. Il vero capitano è un leader, deve avere certe caratteristiche e consapevolezza di esse: carisma, personalità, saper gestire le situazioni di pressione agonistica mantenendo il controllo, perché è l’esempio, anche fuori dal campo.

Michele Castellari, responsabile della comunicazione e dell’attività giovanile, ha portato l’esempio della storia di  “Ciro” Mertens, il giocatore del Napoli. Capitani e giocatori, siamo chiamati a toglierci la fascia dagli occhi e legarla al braccio, cioè cambiare un atteggiamento: non tenere gli occhi chiusi, non fermarsi a se stessi, ma andare “fuori da sé”, verso gli altri, con gli occhi aperti. Momento conclusivo della serata di incontro è stata l’investitura ufficiale dei capitani delle società new entry dei campionati.

Irene Dottori

 




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